Mé, Pék e Barba: la leggenda continua...

A ghera ‘na uulta… cioè no, spèta ‘n minüt… fursi a le mmei sa v’ la cönti in italiano, se no ag’ saltòm mia föra… alùra…
La leggenda narra più o meno così: in un passato non molto remoto, nel profondo della Bassa parmense, il senso del limite di proprietà non era tenuto poi così tanto in considerazione, e poteva capitare che se uno metteva da parte un mucchietto di legna da bruciare per l’inverno, magari un altro, guarda a volte le coincidenze, si accorgeva che proprio quel monticello di futuro calore da camino faceva anche a caso suo. Il fatto che non gli appartenesse nel vero senso della parola, era un dettaglio secondario. In fondo, il sole e la pioggia che erano serviti a far crescere quegli ex-alberi erano un po’ di tutti: - Se quello là, insieme alla legna, si è portato via anche un pezzetto del sole e della pioggia che spettavano a me, perché io non devo avere il diritto di potermeli riprendere? Questo devono aver pressappoco pensato un trio di allegri “soliti ignoti” dell’epoca.

Ma le cose non andarono secondo le previsioni, qualcosa non filò per il verso giusto e li colsero sul fatto:
- Bikà: denüncia e prucèès…léé, che dàànn!!!
Non c’è tempo da perdere, bisogna pensare ad un linea di difesa, una specie di arringa fatta in casa:
- Fursi, pütost che ‘n’aringa, a le ammei ‘na figüra da pàsgaat: quanda al giüdìc lat fa li ‘dmandi, te fa fénta da ‘vesàr un siucàt…tant at fé mia fadiiga…acsè lat pöl mia cundanà.
Detto, fatto: il piano stavolta non può fallire. Aula del tribunale: entra il giudice, l’imputato si alzi e risponda alle domande:
- Causa numero eccetera, riguardante i fatti di tentato furto di legname in località eccetera: imputato eccetera, c’eravate voi?
- No siur giüdìc, Vate al ghera mia, ac’ seram Me, Pek e Barba.
Assoluzione piena per indebito uso della fantasia, trionfo della giustizia e conseguente reclusione a vita nella leggenda popolare di Roccabianca e dintorni. E cosa c’è di meglio, per una band, che nascere direttamente nel segno della leggenda?

Persino i ladri, seppur ce n’era qualcuno, erano diversi da quelli di oggi,
non agivano mossi dalla cattiveria, né dall’egoismo, e con le loro gesta maldestre si rendevano piuttosto protagonisti di vicende che sarebbero andate ad arricchire maggiormente il folclore locale, che non le proprie tasche. Erano i tempi in cui, se passavi una serata con gli amici in un’osteria alla buona, voleva dire che quella compagnia lì ti piaceva davvero, non foss’altro per il motivo che oltre al fatto dello stare insieme, non c’era molto di più, se non qualche bicchiere di vino. E se qualcuno si metteva ad intonare una canzone, vigliacco chi non si univa al coro e non beveva fino all’ultimo sorso, perché era arcinoto che con la gola secca le melodie vengono fuori troppo stiracchiate. Le nostre canzoni sono anche un modo di rendere un tributo a quei tempi che furono, perché crediamo che quello spirito non sia del tutto esaurito, ma può continuare a vivere. E se vi capita di far caso alle nostre parole in musica, non stupitevi se qualche volta all’improvviso, magari sbuca fuori un bagliore di saggezza sul quale riflettere.

Sono gli inconvenienti che possono saltar fuori quando ci si ritrova a musicare la scia di una leggenda…

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